Una ronda…non fa primavera
26 febbraio 2009 alle 13:47 | Pubblicato in In Italia, Politica | Lascia un commentoDispiace molto, e diventa a tratti desolante, sentire la politica arrampicarsi sugli specchi, e sui numeri, in merito a un tema che ha scosso anche le coscienze più pietrificate, come le violenze efferate e il connesso problema della sicurezza pubblica.
Dispiace constatare la miopia grave del governo su questo tema, che è stato il cavallo di battaglia per eccellenza negli ultimi mesi di opposizione e nel periodo di campagna elettorale.
A loro avviso, il fenomeno sembra essere in diminuzione e l’amplificazione mediatica delle violenze è soltanto un fatto emozionale.
Eppure, non si può certamente affermare che le televisioni siano avverse al governo: sta di fatto che i TG del giorno e della sera sono pieni zeppi di servizi su violenze singole e di gruppo, su stupri, su crimini insensati e su vessazioni di ogni tipo. Alla luce di questi due dati inconfutabili, si tratta davvero di enfatizzazione di un fenomeno in diminuzione o è più corretto parlare di denuncia di un fenomeno in aumento?
E’ altrettanto spiacevole constatare come questa escalation di violenza sia stata trattata dal punto di vista normativo. L’istituzione delle cosiddette “ronde”, che gli esponenti della maggioranza preferiscono chiamare “pattugliamento volontario”, rappresentano una vera e propria arma a doppio taglio per la sicurezza dei cittadini.

Non è, quello delle ronde, un sistema totalmente inutile. La creazione di una regolamentazione seria di questo istituto, infatti, va a sanare tutte quelle situazioni caratterizzate da amministrazioni locali, di destra e di sinistra, che avevano già adottato da tempo questo pattugliamento nei limiti della legalità. Con l’intervento governativo, invece, si procede a un censimento dei volontari impegnati nel pattugliamento e anche le forze dell’ordine dovrebbero così essere a conoscenza dei soggetti che esercitano questo compito.
Va anche detto che per chi, come me, è sempre potenzialmente favorevole alla partecipazione dei cittadini alla vita della propria comunità, le ronde potrebbero essere un incentivo al coinvolgimento soprattutto di quelle fasce sociali più “lontane” alla partecipazione civica, come i giovani, i pensionati e gli stessi extracomunitari integrati nelle realtà locali.
Al di là di questi aspetti “forzatamente” positivi, la pi grande preoccupazione, che sovrasta di molto i sopra citati punti di forza, è quella che passi, soprattutto nei confronti di chi è abituato a delinquere, il messaggio di “esternalizzazione” da parte dello Stato a non meglio identificate realtà private dell’esercizio del controllo sul territorio.
E’ evidente che questo passaggio risulta importantissimo ai fini di rendere i criminali potenzialmente più offensivi e i cittadini sostanzialmente più preoccupati della loro incolumità.
Se a ciò si aggiunge la grave situazione di inefficienza e di carenze strutturali in cui versano le forze dell’ordine, che dovrebbero essere deputate ad intervenire su segnalazione dei cittadini volontari, possiamo solo immaginare cosa potrebbe succedere in quelle realtà particolari (periferie, sobborghi, frazioni, piccoli centri) in cui la presenza delle forze dell’ordine in pianta stabile non è mai esistita oppure è stata drasticamente ridotta negli anni.

Quanto tempo dovrà passare tra la richiesta di intervento da parte delle “ronde” e l’arrivo di una pattuglia? E, soprattutto, cosa succederà in questi drammatici minuti di attesa? Quale sarà il limite di legalità nell’azione preventiva di uno di questi volontari?
Chi ci darà la certezza che questi “pattugliamenti” non arrivino a trasformarsi, sull’onda dell’emozione e del coinvolgimento personale (soprattutto in quelle zone dove si conoscono tutti o vi è una forte identità) in una vera e propria spedizione punitiva votata al linciaggio?
Pensate a cosa sarebbe successo se negli anni Novanta, in piena emergenza Mafia, lo Stato avesse affidato al pattugliamento volontario la sicurezza del territorio siciliano, o se quello stesso Stato avesse affidato ai pescatori pugliesi il controllo delle coste negli anni del contrabbando.
Si è scelta la strada più rischiosa, senza avere il coraggio di intervenire radicalmente sul potenziamento delle forze dell’ordine.
Speriamo di non pagare le gravi conseguenze di un provvedimento che, se in condizioni normali avrebbe potuto rappresentare un elemento di innovazione nella gestione del territorio, oggi può definirsi soltanto uno sterile “manifesto” che nasconde sotto la colla un triste segnale di debolezza delle istituzioni.
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