Semplicemente, vergogna!

7 aprile 2009 alle 13:01 | Pubblicato in Uncategorized | 5 commenti

Sarò breve ma cercherò di essere ugualmente conciso.

Ho appena assistito all’edizione delle 13,30 del telegiornale più importante d’Italia, il più seguito e il più autorevole tra i mezzi di informazione della TV generalista finanziata con il canone, il TG1.

Un telegiornale quasi interamente dedicato alla immane tragedia del terremoto che ha colpito L’Aquila e gran parte della sua provincia.

Una tragedia immane, e un grande sforzo logistico, economico, e se vogliamo umano, per la macchina del giornalismo.

E tra tutto questo, alle 13,48 ho assistito a uno degli spettacoli più vergognosi della storia del giornalismo italiano, segno di quanto sia vergognoso il modo in cui certa gente esercita il proprio mestiere.

Qualcuno direbbe: “come se non lo sapessimo già”, “come se non avessivo già avuto ampie dimostrazioni di questo fatto”, eccetera, eccetera.

Ma oggi si è sorpassato il limite della decenza e della dignità.

tg1_1Una speaker, Susanna Petroni, che passa sobriamente dalla finta drammaturgia delle immagini dei terremotati a un minuto e trenta secondi di elencazione vergognosa degli OTTIMI INDICI DI ASCOLTO dell’edizione del TG1 di ieri alle 13,30 (in piena emergenza terremoto), dello speciale delle 15 (andato in onda contro Uomini e Donne e quindi uno dei pochi programmi capace di contrastarlo, grazie alla strage del terremoto), del TG1 delle 20 (che a detta della Petroni si conferma leader del prime time con oltre il 30% di share, grazie alle struggenti testimonianze degli sfollati) e del successo di ascolto dello speciale Porta a Porta-TG1 andato in onda in prima serata che ha battuto la concorrenza di Matrix-TG5 (dove evidentemente Vinci è stato più forte di Mentana ai tempi della Englaro), con tanto di Bruno Vespa (originario de L’Aquila) in formato papale che, nel mentre sui maxischermi andavano in onda le immagini dei pompieri che estraevano corpi con o senza vita dalle macerie, implorava il Monte dei Paschi di Siena di “adottare” la basilica di San Bernardino (con tutto il rispetto dei monumenti storici, credo ci sia un momento per ogni cosa, e certamente quello di ieri non era quello da dedicare ai monumenti).
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Insomma, una volta più di tutte le altre, credo sia arrivato il momento di urlare ai veri sciacalli di questo terremoto: Vergogna! Vergogna! Vergogna!

Parlamento…lento (?)

29 marzo 2009 alle 13:57 | Pubblicato in In Italia, Politica | Lascia un commento

Abbiamo assistito in queste ore ad uno degli avvenimenti storici più importanti (ci piaccia o no) di questo millennio dal punto di vista della politica interna, la nascita (in passerella) di un nuovo partito presieduto da un leader eletto (per acclamazione più da stadio che da congresso): il Partito delle Libertà.

Un avvenimento che viene da molte parti “caricaturato”, a tratti ingenerosamente visto il suo “peso” in termini di consenso che non va nè sottovalutato, nè tantomeno irriso visto il suo ampio seguito che va considerato, indipendentemente dai mezzi con cui esso si è potuto creare.
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Ci sarebbero tanti punti da sviscerare a seguito del discorso immediatamente successivo all’elezione di Silvio Berlusconi, ma quello che modestamente credo meriti di lasciare un segno in queste righe è la lamentazione, ormai cronica, secondo cui il Parlamento proceda nella sua funzione legislativa con una tempistica non più adatta ai tempi e ai modi di governo di un paese moderno come l’Italia.

Un discorso che tecnicamente potrebbe trovare un fondamento nella complessità del bicameralismo perfetto costituzionalmente sancito e che certamente non coincide sempre con il volere dell’esecutivo di turno.

Tuttavia, mi chiedo in modo molto ingenuo (o forse poco ingenuo) perché questo “Parlamento Lento” (che sembra quasi richiamare una famosa canzone di De Piscopo) sia riuscito ad approvare nella bellezza di 15 giorni il famosissimo Lodo Alfano, o come sia riuscito a calendarizzare in tempi che solo il fantasma della morte ha reso impraticabili, il disegno di legge sulla prosecuzione dell’alimentazione di Eluana Englaro.
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Evidentemente il Parlamento non lavora con lentezza, ma opera a due velocità, sotto la sapiente mano di parlamentari che conoscono molto bene questa distinzione metodologica e sotto la ancor più sapiente supervisione di presidenti che predicano male e razzolano peggio.

Evidentemente la Costituzione non è vecchia, piuttosto le lamentazioni che prendono voce da questi super-palchi vorrebbero rendere legittimo un metodo di lavoro basato sulla “doppia velocità”, creando un alibi vergognoso a quei provvedimenti che il Paese aspetta da anni e che la politica ci propina come “schiavi” di un…Parlamento Lento.

Mike, perchè non lasciare con “allegria”?

25 marzo 2009 alle 21:53 | Pubblicato in TV e Media | Lascia un commento

Nella bufera per la fine del rapporto lavorativo fra Mediaset e Mike Bongiorno, ieri impegnato in un’altra comparsata per la “concorrenza” nella puntata di X-Factor strapazzata dalla finale di Amici, un commento è passato inosservato, quello di Michele Serra su Repubblica. Il celebre corsivista ha dedicato al decano della tv italiana un breve pezzo che si concentra, senza buonismo, su un dato che in molti, probabilmente per rispetto o timore reverenziale, hanno evitato di sottolineare.

Ve lo ripropongo integralmente, convinto che possa riaprire il dibattito sulla questione in un’ottica “diversa”, pur nella massima considerazione dello storico conduttore.
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Nel profluvio di cronache e commenti relativi all’interruzione del rapporto di lavoro tra Mike Bongiorno e Mediaset, colpisce un’omissione quasi unanime: l’anagrafe. Buongiorno Michele è nato nel maggio del 1924, e dunque sta per compiere felicemente 85 anni. A quell’età, se si è fortunati, è possibile scrivere con lucidità (Montanelli lo fece ben oltre i novanta), o dipingere (Picasso) o recitare in teatro (Franca Valeri): naturalmente scegliendo, a tutela di se stessi, ritmi e toni giusti. Ma è anche possibile non avere più quell’energia fisica e quella prestanza quotidiana che sono richiesti a un conduttore televisivo, che fa uso del proprio corpo e del proprio volto quanto del proprio intelletto.
Forse si ritiene che sia irrispettoso farlo notare. Ma a me pare irrispettoso il contrario, e cioè fingere un’eternità catodica mezzo macabra e mezzo cinica, che celebra l’inverno della vita come forma di show: alcuni recenti spot Fiorello-Mike giocano decisamente sul mite affievolirsi della presenza scenica di Bongiorno, curvo e svagato.
Cinema e letteratura sanno e possono raccontare la grandezza del declino, la televisione no: le sue luci eccessive e burine (specie quelle di Mediaset) sono troppo stentoree per rispettare la trama di rughe, sfumature, assenze che rende poetica la vecchiaia. Beato chi ha, per i suoi ultimi anni, un orto da coltivare o un silenzio da conquistare.

Se solo avessimo il coraggio di riconoscere i nostri limiti, aggiungo io, forse cambieremmo veramente il mondo. Non credete?

Daniela Martani, dalle stelle (dei cieli Alitalia) alle stalle (della Fattoria), senza mai decollare.

13 marzo 2009 alle 12:15 | Pubblicato in TV e Media | Lascia un commento

Mi fa sinceramente strano dare ragione a Fabrizio Corona, una che la mia approvazione non l’ha mai avuta a prescindere. Il fotografo al centro degli scandali più imbarazzanti degli ultimi anni ha detto, a suo modo, una triste ma convincente verità: “Cominci a lavorare seriamente, perché ormai le ha provate tutte”.

E fa ancora più strano che “La Fattoria” sia diventato un luogo deputato per attingere frasi condivisibili.

Ma la vita è anche questa. Vero è che se tutti i precari italiani avessero le opportunità lavorative che ha avuto Daniela Martani da quando ha attirato l’attenzione dei media con le sue trovate pubblicitarie durante la sommossa-Alitalia, forse la disoccupazione sarebbe un falso problema.
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Eppure lei, la “pasionaria”, è riuscita a incamerare da quel novembre 2008 nell’ordine una stretta amicizia con Massimo Giletti, un’apparizione tutt’altro che disonorevole nello sfogatoio per eccellenza di personalità spesso represse, ovvero Annozero, una partecipazione al Grande Fratello più seguito degli ultimi cinque anni, e dulcis in fundo, una capatina nella stalla brasiliana della Fattoria.

Dalle stelle alle stalle, quindi, come recita opportunamente il titolo di questo sfogo allibito al malcostume ormai insopportabile di ergere queste figure idiote a eroine “mitologiche”, veri e propri ibridi tra politica e costume nazionale.

E nonostante si mostra con orgoglio come l’Italia abbia buttato per ben due volte fuori questa mina vagante che forse non ha ancora deciso cosa fare da grande, l’Italia che sceglie di non televotare sa bene che, ormai, l’ennesimo “mostro” mediatico è stato costruito.

La Martani difficilmente decollerà, né su un aereo né su una platea televisiva, ma certamente ci ha guadagnato.

Ora mi sorge il dubbio che nel prossimo Consiglio dei Ministri venga previsto per decreto un “Grande Fratello per cassaintegrati”.

Questa si, che è giustizia sociale.

Che il Web…ce la mandi buona

6 marzo 2009 alle 11:38 | Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Capita a volte, nella vita di un uomo, che nel giro di pochi giorni si verifichino due eventi che aspettava e inseguiva da tempo; due eventi che, seppur molto diversi tra loro, fanno capo a quelle ormai onnipresenti tre W simpaticamente susseguite: una vera porta per un paradiso di informazioni libere, scevre da censure e cariche di contenuti ampiamente sfaccettati.

Un mondo che è arrivato nelle nostre case ormai da un decennio, ma che io sognavo diverso, soprattutto relativamente al mio territorio: da un lato l”accesso indiscriminato al World Wide Web, dall’altro la possibilità di informarsi in tempo reale, nella schiettezza e nell’imparzialità di chi scrive, nella libertà di poter rispondere senza fronzoli.

Ebbene sì, per il primo punto ormai ci siamo: dopo quasi due anni di attese, speranze, delusioni, rinvii, riprese, modifiche, rivisitazioni, intoppi burocratici, resistenze e spallucce, anche la mia piccola comunità avrà il suo internet point: gratuito, libero, efficiente, come ormai accade in tutto il Sud Est Barese.

Un progetto, questo, che ho seguito come un neonato dai primi vagiti fino a quando, oggi, ha messo il suo primo passo nell’universo telematico, e ora si appresta, con il contributo di chi vorrà fruirne, a diventare grande e a maturare verso nuovi orizzonti, e stavolta non solo telematici ma anche di collaborazione concreta con le istituzioni che ci governano.

Il secondo punto, invece, gode dell’intuizione di chi, come me, ha riscontrato come l’informazione del sud est barese non fosse stata ancora in grado di varcare le soglie del web.

Sono numerosissimi gli investimenti nella carta stampata, peraltro spesso e volentieri strettamente legati alla volontà di far conoscere delle persone, delle cose o degli eventi…

Il nuovo sito www.conversanoweb.com, invece, ha puntato finalmente sulle modalità alternative di diffusione della notizia. E, soprattutto, condizione non da poco nel panorama attuale dell’informazione locale e nazionale, ha puntato su di noi: ha puntato sul lettore, nella sua più ampia definizione etimologica.

Auguri a queste piccole nuove frontiere del Web di casa nostra e, al caro Luigi, pioniere di questa impresa tanto ardua quanto affascinante, lancio un augurio particolare con una citazione:

“I buoni giornalisti scrivono ciò che pensano, i migliori quello che dovrebbero pensare i loro lettori” (G. Elgozy).

Sarà, intanto godiamoci le nostre nuove creature.

Inter-Roma, lo specchio dell’anima italiana

4 marzo 2009 alle 20:30 | Pubblicato in In Italia, Politica | 4 commenti

ITALY SOCCER ITALIAN CUPIl calcio, si sa, è il pane quotidiano degli italiani. Potremmo dire anche di più: il calcio, è la vera sostanza stupefacente di alcuni italiani, dall’operaio cassintegrato al libero professionista, dall’edicolante sotto casa al parlamentare di destra o di sinistra, dall’adolescente sognatore al pensionato con le coronarie forate.

Il calcio, si sa, è anche fatto di vincitori e vinti, di vittime sacrificali e capi espiatori. Chi vince diventa inevitabilmente antipatico, chi perde gode del favore popolare e via dicendo, chi giudica viene giudicato da chi tutto può essere al di fuori che un giudice, e il business vola alto sulle speranze e le delusioni dei calciofili.

E’ il gioco, si potrebbe obiettare. Ed è un’obiezione giusta, se si pensa che anch’io nell’ormai defunta era Moggiana sentivo scorrere nel sangue un veleno acidissimo nei confronti di quella squadra che vinceva, eccome se vinceva, con modalità spesso discutibili.

Ma nell’ormai celeberrimo Anno Domini 2009, in cui il vocabolario ormai sembra citare soltanto le parole crisi, recessione, PIL, disoccupazione, cassa integrazione, povertà, ricette, ripresa economica, stupisce che a tre giorni dal rocambolesco quanto discusso 3-3 dello stadio San Siro tra la capolista Inter e l’altalenante Roma, ci sia ancora tutto questo polverone in corso sui presunti errori arbitrali, sulla sudditanza psicologica, sui favoritismi e su tutto quanto calcio non è.

E’ sicuramente storia vecchia e ormai usuale quella secondo cui l’italiano medio porta forte rancore nei confronti di squadre, arbitri, presidenti e giocatori ad essi avversi, e non è certo di questo che mi scandalizzo, pur registrando con desolazione il malcostume tutto italiano di non essere in grado di seppellire in tempi ragionevolmente stretti quell’ascia tanto pesante quanto inutile che si chiama recriminazione.

Lo scandalo subentra nel momento in cui, martedi 3 marzo 2009, si tiene a Palazzo Montecitorio (e non in un baretto del Testaccio o di San Donato Milanese) una riunione del Roma Club Montecitorio nella quale deputati e senatori di fede romanista discutono animatamente con toni da comizio provinciale (con tanto di ovazioni bipartisan) sulla strategia da adottare per presentare un’interrogazione urgente in Parlamento (udite, udite…) per affrontare il problema della correttezza, dell’imparzialità e della giustizia nello sport, con particolare riferimento al calcio, alla serie A…e alla Maggica Roma.cento

Stupisce ancor di più che a presiedere questo club bizzarro sia nientepopòdimenochè l’onorevole Paolo Cento, un uomo che dopo innumerevoli numeri da politico di mezza tacca, che stesse in maggioranza o all’opposizione non fa differenza, resta attaccato all’ultima poltrona disponibile dopo la maxitranvata alle ultime elezioni politiche.

Certo, è paradossalmente giustificabile una tale iniziativa da parte di chi, come Cento, ha disperatamente bisogno di essere visibile (nonostante la sua stazza orsuta glielo permetta “abbondantemente”), ma diventa curioso capire come i vari Cicchitto, Gasparri e compagni riescano a districarsi tra la conferenza dei capigruppo per decidere su temi quali testamento biologico, decreto anti-crisi, riforma della giustizia e gli incontri del Roma Club Montecitorio i cui toni poco dissentono dalle migliori tribune sportive del vecchio Biscardi, per rasentare coracci da curva nord.
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Morale della favola: il calcio ci insegna come l’Italia sia fortemente incapace di decidere, accettare, rinunciare, preferendo in ogni caso cavalcare l’onda, magari mentre la vera onda anomala ci sta portando via anche l’abbigliamento intimo dalle pudenda.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi

1 marzo 2009 alle 16:05 | Pubblicato in In Italia, Politica | Lascia un commento

morattiSembra strano, ma davvero nella vita può accadere di tutto. Può anche accadere che una donna, ministra della Repubblica, faccia una riforma, quella della scuola, che la sponsorizzi a go go (in alcuni punti giustamente, in altri meno), la faccia applicare, con tanto di rivoluzioni formali e sostanziali.

Accade poi, dopo un quinquennio, che un’altra donna, sempre ministra dello stesso identico colore politico, faccia un’altra riforma, la sponsorizzi con enormi panzane mediatiche, et voilà, finisca per distruggere tout court i pilastri fondanti della riforma precedentemente fatta dalla sua collega.

Con la riforma Gelmini, infatti, i tagli del governo sulla scuola cancellano uno dei pilastri della riforma Moratti: quella delle tre “I” (Inglese, Impresa, Internet o Informatica).

Dal prossimo anno scolastico, infatti, gli insegnanti della scuola elementare (ora primaria) e della media (secondaria di primo grado) dovranno fare i salti mortali per aprire il mondo delle conoscenze informatiche ai propri alunni.

Il taglio delle cosiddette compresenze nella scuola primaria e la riduzione delle ore di Tecnologia nella scuola secondaria di primo grado renderà quasi impossibile l’insegnamento dei primi fondamenti di Informatica e Internet a bambini e ragazzini.

Non sembrano essere bombe demagogiche, tant’è che la conferma arriva dallo stesso ministero dell’Istruzione, che in questi giorni ha aperto una finestra di dialogo sulla riforma con genitori e insegnanti.

Le Faq (frequently asked questions, le domande poste frequentemente) presenti nel sito del ministero mostrano che genitori e insegnanti sono piuttosto confusi. “Con il taglio delle compresenze, mio figlio potrà continuare a fare il laboratorio di Informatica?”, si chiede un genitore.

gelminiL’ingenua domanda posta ai tecnici ministeriali sollecita una risposta quanto meno inaspettata. “La riduzione delle ore di compresenza – si legge nella Faq numero 23 – comporterà qualche riassetto organizzativo (…) Ci auguriamo che anche il laboratorio di informatica possa trovare spazio tra le attività, anche se vorrà convenire che esso non costituisce, soprattutto nella scuola primaria, un insegnamento prioritario”.

E tutto il bailamme sulla scuola delle tre “I”?

Eppure, l’Europa ci chiede di puntare sull’Informatica. Nel 2000 il Consiglio europeo di Lisbona fissò l’ambizioso obiettivo di trasformare quella del Vecchio continente “nell’economia più dinamica e competitiva del mondo”.

Tra le tante cose da fare per centrare l’obiettivo occorre che “ciascun cittadino sia in possesso delle competenze necessarie per vivere e lavorare nella nuova società dell’informazione” e che “tutti i docenti entro la fine del 2002 possiedano le competenze necessarie per l’utilizzo di internet e delle risorse multimediali” (“Una società dell’informazione per tutti”, documento adottato dalla commissione Ue il 25 maggio 2000).

Per la verità, l’Italia si è mossa per tempo. Per dotare infatti le scuole di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (le Tic) e per formare i docenti, tra il 1997 e il 2003, sono stati investiti 1.341 miliardi delle vecchie lire (pari a quasi 700 milioni di euro) che a questo punto rischiano di trasformarsi in una spesa inutile.

Una delle tante, se non si chiuderà una volta per tutte la stagione dello smantellamento a tutti i costi degli impianti normativi esistenti da parte dei ministri che si succedono, tutti colpiti da inaspettato daltonismo tale da non consentire nemmeno di guardare ai provvedimenti del loro stesso colore politico.

Una ronda…non fa primavera

26 febbraio 2009 alle 13:47 | Pubblicato in In Italia, Politica | Lascia un commento

Dispiace molto, e diventa a tratti desolante, sentire la politica arrampicarsi sugli specchi, e sui numeri, in merito a un tema che ha scosso anche le coscienze più pietrificate, come le violenze efferate e il connesso problema della sicurezza pubblica.

Dispiace constatare la miopia grave del governo su questo tema, che è stato il cavallo di battaglia per eccellenza negli ultimi mesi di opposizione e nel periodo di campagna elettorale.

A loro avviso, il fenomeno sembra essere in diminuzione e l’amplificazione mediatica delle violenze è soltanto un fatto emozionale.

Eppure, non si può certamente affermare che le televisioni siano avverse al governo: sta di fatto che i TG del giorno e della sera sono pieni zeppi di servizi su violenze singole e di gruppo, su stupri, su crimini insensati e su vessazioni di ogni tipo. Alla luce di questi due dati inconfutabili, si tratta davvero di enfatizzazione di un fenomeno in diminuzione o è più corretto parlare di denuncia di un fenomeno in aumento?

E’ altrettanto spiacevole constatare come questa escalation di violenza sia stata trattata dal punto di vista normativo. L’istituzione delle cosiddette “ronde”, che gli esponenti della maggioranza preferiscono chiamare “pattugliamento volontario”, rappresentano una vera e propria arma a doppio taglio per la sicurezza dei cittadini.
GENOVA - RONDE DELLA LEGA NORD
Non è, quello delle ronde, un sistema totalmente inutile. La creazione di una regolamentazione seria di questo istituto, infatti, va a sanare tutte quelle situazioni caratterizzate da amministrazioni locali, di destra e di sinistra, che avevano già adottato da tempo questo pattugliamento nei limiti della legalità. Con l’intervento governativo, invece, si procede a un censimento dei volontari impegnati nel pattugliamento e anche le forze dell’ordine dovrebbero così essere a conoscenza dei soggetti che esercitano questo compito.

Va anche detto che per chi, come me, è sempre potenzialmente favorevole alla partecipazione dei cittadini alla vita della propria comunità, le ronde potrebbero essere un incentivo al coinvolgimento soprattutto di quelle fasce sociali più “lontane” alla partecipazione civica, come i giovani, i pensionati e gli stessi extracomunitari integrati nelle realtà locali.

Al di là di questi aspetti “forzatamente” positivi, la pi grande preoccupazione, che sovrasta di molto i sopra citati punti di forza, è quella che passi, soprattutto nei confronti di chi è abituato a delinquere, il messaggio di “esternalizzazione” da parte dello Stato a non meglio identificate realtà private dell’esercizio del controllo sul territorio.

E’ evidente che questo passaggio risulta importantissimo ai fini di rendere i criminali potenzialmente più offensivi e i cittadini sostanzialmente più preoccupati della loro incolumità.

Se a ciò si aggiunge la grave situazione di inefficienza e di carenze strutturali in cui versano le forze dell’ordine, che dovrebbero essere deputate ad intervenire su segnalazione dei cittadini volontari, possiamo solo immaginare cosa potrebbe succedere in quelle realtà particolari (periferie, sobborghi, frazioni, piccoli centri) in cui la presenza delle forze dell’ordine in pianta stabile non è mai esistita oppure è stata drasticamente ridotta negli anni.
polizia
Quanto tempo dovrà passare tra la richiesta di intervento da parte delle “ronde” e l’arrivo di una pattuglia? E, soprattutto, cosa succederà in questi drammatici minuti di attesa? Quale sarà il limite di legalità nell’azione preventiva di uno di questi volontari?

Chi ci darà la certezza che questi “pattugliamenti” non arrivino a trasformarsi, sull’onda dell’emozione e del coinvolgimento personale (soprattutto in quelle zone dove si conoscono tutti o vi è una forte identità) in una vera e propria spedizione punitiva votata al linciaggio?

Pensate a cosa sarebbe successo se negli anni Novanta, in piena emergenza Mafia, lo Stato avesse affidato al pattugliamento volontario la sicurezza del territorio siciliano, o se quello stesso Stato avesse affidato ai pescatori pugliesi il controllo delle coste negli anni del contrabbando.

Si è scelta la strada più rischiosa, senza avere il coraggio di intervenire radicalmente sul potenziamento delle forze dell’ordine.

Speriamo di non pagare le gravi conseguenze di un provvedimento che, se in condizioni normali avrebbe potuto rappresentare un elemento di innovazione nella gestione del territorio, oggi può definirsi soltanto uno sterile “manifesto” che nasconde sotto la colla un triste segnale di debolezza delle istituzioni.

Tra laicismo e laicità, sognando De Gasperi.

23 febbraio 2009 alle 20:41 | Pubblicato in In Italia, Politica, Uncategorized | 1 commento

Da che parte sta lo Stato Italiano? Da che parte dovrebbe stare nei rapporti con la Chiesa Cattolica? La laicità è un valore partitico o bipartisan?
E’ evidente che questa grande domanda si pone spesso in concomitanza con l’accensione dei dibattiti che, su temi come eutanasia, coppie di fatto, aborto e fecondazione, investono l’acuto balletto di opinioni tra le porte delle Camere e le finestre di San Pietro.

E, soprattutto, quando un politico si definisce “laico”, conosce veramente il suo significato? Quando si riafferma la laicità dello Stato Italiano, a cosa si fa riferimento di preciso?

Per quanto mi riguarda, da cattolico “bambino”, il catechismo ha saputo darmi una definizione di “laico” abbastanza precisa. Ma i giorni appena trascorsi mi hanno spinto ad approfondire quello che è risultato essere un panorama di sfumature molto più sottili di quanto si pensi, tra l’altro parzialmente irrisolto a livello linguistico, religioso e politico.

Il dizionario De Mauro definisce il termine LAICO come aggettivo usato per:

ndicare colui che, pur professando un dato culto, non è appartenente alla gerarchia del suo clero.

Semplice, e coerente con quanto la mia catechista mi aveva amorevolmente spiegato in un freddo oratorio un bel pò di anni fa.

Wikipedia, però, da conto di una controversia non da poco sull’utilizzo attuale del termine:


Negli ultimi anni il termine laico viene invece utilizzato in maniera talvolta impropria per indicare un generico agnostico o ateo. Tale uso è semanticamente scorretto, in quanto laico ha significato di svincolo dall’autorità ecclesiastica, ma non inficia la professione di una particolare confessione religiosa: per cui si possono distinguere laici credenti da laici non credenti.

Sostanzialmente, si può affermare innanzitutto che il termine “laico” è usato spesso abusivamente a tutti i livelli, dall’uomo della strada al parlamentare di turno: un errore parzialmente giustificabile dal fatto che la fonte di cui sopra riporta una sostanziale ambiguità del significato dell’aggettivo “laico”.

Ne deriva un niente di fatto ai fini della ricerca. “Laico” dice e non dice.

Se dall’aggettivo si passa al sostantivo, però, le idee si fanno molto più chiare.
Il LAICISMO, infatti, è:

l’atteggiamento filosofico, politico e sociologico di chi propugna la totale separazione tra Stato e Chiesa, ovvero l’assenza di interferenze religiose o confessionali, dirette o indirette, nell’ambito legislativo, esecutivo e giudiziario di uno Stato e più in generale nella vita civile di una comunità umana e nei suoi aspetti di obbligatorietà.

Per LAICITA’, invece, s’intende:

la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui.
Laico è, in questo senso, chi ritiene di poter e dovere garantire incondizionatamente la propria e l’altrui libertà di scelta e di azione, particolarmente in ambito politico, rispetto a chi, invece, ritiene di dover conciliare o sottomettere la sua libertà all’autorità di un’ideologia o di un credo religioso.

Credo sia molto importante per tutti, me compreso, rileggere queste definizioni ogni qual volta ci si trova a discutere di un tema eticamente sensibile che implica u discussione sull’equilibrio dei rapporti tra Stato e Chiesa, pur non essendo il termine “laicità” citato espressamente nella Costituzione (a tal proposito esiste un acceso dibattito della giurisprudenza e della dottrina di cui vi risparmio i contenuti).

A mio parere, il laicismo è (rispettabilmente) per qualcuno, ma la laicità è di tutti e per tutti: per coloro che credono e per coloro che non credono. E, per chi crede, è sinonimo di fede matura.

Tanto per capirci, quella stessa fede che un nostro avo neppure tanto remoto, Alcide De Gasperi (presidente del partito politicamente più vicino alla Chiesa Cattolica) dimostrò al mondo intero quando, in seguito ai contrasti sulle elezioni romane con papa Pio XII che arrivò a rifiutare qualsiasi udienza in Vaticano al leader democristiano, dichiarò:

“Come cristiano accetto l’umiliazione benché non sappia come giustificarla; come presidente del consiglio italiano
e ministro degli esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e dalla quale non mi posso spogliare anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere lo stupore..”

Allora era il 1952, oggi è il 2009. Meditiamo.

PD, si può (ancora) fare?

19 febbraio 2009 alle 18:31 | Pubblicato in In Italia, Politica | Lascia un commento

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Si sta celebrando in questi giorni uno dei riti più usuali della sinistra italiana. Si volta (per l’ennesima volta) pagina, stavolta per delle motivazioni che non sono strettamente legate a risultati elettorali eclatanti (in fondo la Sardegna non è minimamente paragonabile alla disfatta delle regionali 2000 che portò alle dimissioni di D’Alema), bensì per motivazioni molto più squisitamente politiche, che nascondono al proprio interno un malessere ben più profondo di quello che appare.

Veltroni non ce l’ha fatta, l’ha confessato egli stesso. Non ce l’ha fatta a tenere le redini di un partito nato forse troppo in fretta e con troppa presunzione, nonostante i lodevoli e condivisibili propositi di semplificazione politica ed ideologica. Una fretta e una presunzione nate da un altro malessere interno alla sinistra, quello nei confronti del governo Prodi e della sua vocazione all’allargamento.

Non ce l’ha fatta a competere con tutti i leader occulti e un pò vigliacchi che non hanno avuto il coraggio di bastonarlo ai tempi delle primarie, preferendo la strategia tutta italiana della pugnalata alle spalle ad un confronto più serrato e allo stesso tempo più serio.

veltroniLui non ce l’ha fatta, ma al momento il problema grave, paradossalmente, non sembra essere questo. C’è un problema che nono riuscirebbe a risolvere nemmeno un leader eletto per acclamazione, ed è quello dell’identità.

Il PD ha agito troppo spesso in modo ammiccante, oggi all’una e domani all’altra ideologia, intercettandone raramente una in particolare.
Soprattutto, ha agito furbamente nei confronti dei suoi elettori, cambiando le dirigenze, ma non rinnovandole. E si badi bene alla differenza sostanziale di questa affermazione.

Per questo, a mio avviso, la reggenza di Franceschini, le nuove primarie, il congresso prima o dopo le europee, potranno addirittura aggravare i problemi se prima non si procede ad un coraggioso rinnovamento politico.

La “politica dei salotti”, come la chiama Veltroni, non si estirpa certamente con il suo appello decisamente demagogico, poichè egli stesso ne è fra i discreti frequentatori. La si estirpa necessariamente con i fatti, ovvero con un sincero e deciso “arrivederci” agli amici e ai compagni di un tempo e un’altrettanto sincera e decisa corresponsione di fiducia a gente giovane, preparata e consapevole dei problemi reali della gente.
pd
Una volta fatto questo, si può discutere di leadership, di strategia politica e soprattutto di alleanze.

A mio avviso, almeno nel breve periodo, la vocazione maggioritaria del PD deve essere necessariamente messa da parte, ma allo stesso tempo deve essere fortemente rivisitato il terreno delle alleanze e il quadro delle “affinità elettive”.

Non considero automatica, infatti, l’affinità tra il Partito Democratico e le forze di sinistra radicale presenti nel Paese. Pur essendo la vocazione (teorica) del PD a sinistra, vi è ragione di credere, e questo lo urla a gran voce la storia, che questa strada non è più percorribile.

Trovo invece possibile, purché si ragioni nell’interesse del Paese e non dei singoli, l’inanellamento di rapporti strategici con forze che hanno dimostrato una maggiore cultura di governo, e penso soprattutto all‘UDC.

Lo stesso Enrico Letta, ha recentemente auspicato una convergenza in tal senso. E credo che al momento per il PD questa sia l’unica strada percorribile per riconquistare una posizione di governo, e soprattutto per mantenerla nel tempo.letta

Se in certi casi, come sulle tematiche etiche e morali, risulterebbe evidente una differenza ideologica, molti sarebbero invece i punti di condivisione sulle tematiche di concreto sviluppo economico e sociale.
casini
Il nuovo modo di fare politica che bisognerebbe attuare con coraggio dovrebbe necessariamente mirare a questo: un partito politico può e deve raccogliere al suo interno soggetti che, pur pensandola diversamente su tematiche strettamente legate alle libertà personali, definisca una “ricetta” per mantenere tali le libertà e rispettarle in modo plurale: questa si chiama laicità.

Non si deve e non si può, invece, pretendere di raccogliere in un solo cartello un pensiero assolutista.

La storia ci insegna che questo non è democraticamente possibile.

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